lunedì 9 marzo 2015

Rinviati a giudizio per diffamazione il Direttore Sanitario ed il Direttore del Distretto 4 della ASL di Viterbo.

COMUNICATO STAMPA


Si rende noto che la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma ha disposto l'imputazione nei confronti di Cerimele Marina e De Simoni Massimo, rispettivamente ex Direttore Sanitario e Direttore del Distretto 4 della ASL di Viterbo.
I due sono imputati del reato di diffamazione a danno di Giorgio Bernardi, il figlio di Vittorina Nicodemi ovvero l'anziana donna residente a Bassano Romano morta il 7 agosto 2012 a causa d'una piaga da decubito e che era curata dall'ADI Assistenza Domiciliare Integrata della ASL di Viterbo.
Bernardi all'indomani della morte della madre si rivolse ad un medico legale e quindi inviò un esposto alla vigilanza della Regione Lazio chiedendo un'ispezione alla ASL di Viterbo, ciò per fare chiarezza su quanto accaduto e per impedire che altri utenti fossero danneggiati dal presunto incongruo comportamento dei sanitari dell'ADI.
La Regione Lazio chiese alla ASL di Viterbo una relazione sull'accaduto, la ASL di Viterbo rispose trasmettendo alla Regione Lazio degli scritti a firma Cerimele e De Simoni.
La Regione Lazio, ricevuta detta relazione, archiviò immediatamente l'esposto di Bernardi e non eseguì alcun accertamento.
Bernardi, per tutelarsi, sporse querela.
La Procura di Roma ritiene che Bernardi sia stato presuntivamente diffamato poiché con lo scritto propalato dai due odierni imputati si “....offendeva la reputazione del Dott. Bernardi Giorgio affermando di essersi disinteressato delle sorti della madre......disertando gli appuntamenti che gli avevano dato i medici dell'ADI....e di aver compromesso il rapporto di fiducia tra il medico di base, Dott.ssa Manca Antonietta e la Sig.ra Nicodemi....”.
L'udienza è fissata per il giorno 13/05/2015 davanti al Giudice di Pace di Roma.




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sabato 8 marzo 2014

COSI' DUE AVVOCATI ROMANI TRUFFAVANO I LORO CLIENTI

Finti processi, alla sbarra due avvocati infedeli
pratiche e istruttorie mai avviate

Così i legali truffavano i clienti. Rilasciavano anche carte e documenti finti. Le parcelle si aggiravano tra i 3mila e i 5mila euro

di GIUSEPPE SCARPA

Così i legali truffavano i clienti. Si inventavano finte udienze per farsi pagare la parcella dai loro clienti. Oppure convincevano i loro assistiti a far cause che poi non istruivano. Tutto sempre dietro lauto compenso. In un'altra circostanza, uno dei due avvocati si sarebbe inventato di aver avuto esito positivo in un processo senza che questo si fosse mai realizzato. Truffa, patrocinio infedele ma anche falsità in scrittura privata e materiale. Questi i reati che avrebbero compiuto due avvocati romani nel 2009. Almeno questo è ciò che sostiene il sostituto procuratore Francesco Minisci, che ha ottenuto l'imputazione per i due legali.

Parcelle non da poco quelle che i professionisti si facevano corrispondere dai loro clienti, dai 3000 ai 5000 euro. La truffa più singolare è stata quella messa in piedi da uno dei due legali contro una loro cliente. La donna sarebbe stata convinta ad intentare due cause, processi che il legale comunicò di aver vinto. "Le cause azionate  -  si legge sempre nel capo d'imputazione  -  avevano avuto esito positivo ed era stata erogata una cospicua somma a titolo di risarcimento". Dei soldi del risarcimento al cliente, ovviamente, nemmeno l'ombra visto che "le cause concordate non erano state azionate". Tuttavia il legale decise, comunque, di farsi pagare, per una parcella totale del valore di 3480 euro. 



Un meccanismo per truffare i loro assistiti, secondo la procura, ben collaudato e fatto anche di carte false, come quella rilasciata dal tribunale di Ancona: "Aver formato una falsa autenticazione  -  si legge nel capo d'imputazione  -  di atto di costituzione di parte civile rilasciato dalla corte di Appello di Ancona".


http://roma.repubblica.it/cronaca/2014/01/06/news/finti_processi_alla_sbarra_due_avvocati_infedeli_pratiche_e_istruttorie_mai_avviate-75199714/

A ROMA GIUSTIZIA A NUMERO CHIUSO

GIUSTIZIA

Processi a numero chiuso a Roma Non più di 12 mila casi all’anno

Scelta della Procura per mancanza di personale. Nella Capitale ogni 12 mesi vengono accantonati e messi in attesa tra i 6 e gli 8 mila procedimenti: decise le priorità


ROMA - Processi a numero chiuso per mancanza di personale. È ciò che avviene nel palazzo di giustizia della capitale, dove la cronica carenza di assistenti, segretari e altre categorie di ausiliari ha prodotto una grande quantità di procedimenti penali per i quali non si riesce a fissare nemmeno la data d’inizio. Numeri destinati ad aumentare, perché le richieste di giudizio da parte della Procura superano di gran lunga la capacità di smaltimento del tribunale. Se infatti i pubblici ministeri definiscono tra i 18.000 e i 20.000 processi l’anno, i giudici sono in grado di celebrarne non più di 12.000. Dunque ogni dodici mesi ne restano fuori almeno 6.000 per i quali non si sa se e quando si potrà convocare la prima udienza, che andranno ad aggiungersi ai 34.400 accumulati fino al dicembre 2013. E l’Inps ha già preannunciato l’arrivo di circa 36.000 notizie di reato, per il solo 2014, riguardanti omessi pagamenti di contributi.
Da queste cifre è scaturita la decisione del presidente del Tribunale di Roma, approvata dal Consiglio superiore della magistratura, di stabilire criteri di priorità per la trattazione dei processi davanti al giudice monocratico (che tratta reati con pena massima fino a dieci anni di carcere, salvo numerose eccezioni previste dalla legge). La maggior parte delle risorse sono state dedicate a garantire il regolare svolgimento dei processi davanti ai collegi di tre magistrati, che si occupano dei delitti più gravi e preoccupanti, e dunque a soffrire le carenze di organico sono soprattutto le sezioni monocratiche. Alle quali saranno assegnati per il 2014 e ogni anno a seguire, finché la situazione non cambierà, non più di 10.500 procedimenti a citazione diretta. Avendo cura di scegliere, tra questi, quelli per fatti di maggiore allarme sociale. Destinati a rimanere sospesi in attesa di tempi migliori - salvo casi particolari - sono i processi per frodi in commercio, minacce, invasione di terreni o edifici, commercio di prodotti con marchi falsi, danneggiamenti, deturpamenti o imbrattamenti di cose altrui e altri delitti puniti con pene lievi.
A fronte di questa situazione, la Procura guidata da Giuseppe Pignatone ha deciso di adeguarsi, per impedire che tra i 6.000-8.000 procedimenti destinati ogni anno al «limbo giudiziario» (che rischiano di aumentare fino a 10.000-15.000 con la quota dei fascicoli in arrivo dall’Inps e destinati a questa categoria) ce ne siano di rilevanti. Di qui la scelta di inoltrare al giudice non più di 12.000 richieste di fissazione delle udienze, secondo le indicazioni di una circolare firmata dal procuratore che indica i «criteri di priorità» per la loro selezione. Il resto verrà accantonato presso un apposito ufficio chiamato Sdas, Sezione definizione affari seriali, senza procedere alla scansione degli atti a conclusione delle indagini, né alle notifiche degli avvisi alle parti; in attesa che dal tribunale giungano notizie su quando sarà possibile fissare la data dell’udienza. Nel frattempo si cercherà di incrementare il ricorso ai decreti penali (di fatto una multa irrogata dal magistrato, che se accettata dall’imputato chiude il procedimento) con i quali si potrebbe smaltire almeno la metà dei processi lasciati in sospeso e, conseguentemente, a forte rischio prescrizione.
Stiamo parlando di reati «a bassa offensività concreta», come le resistenze e gli oltraggi a pubblici ufficiali, guida senza patente o in stato di ebbrezza, i mancati adempimenti degli obblighi derivanti da misure di prevenzione, fino ai furti sul banco del supermercato o la contraffazione di prodotti venduti al dettaglio. Trasgressioni «minori» che si tramutano in fascicoli che per la statistica equivalgono a procedimenti per rapine o omicidi, ma che nella maggior parte dei casi non hanno nemmeno bisogno di indagini per essere definiti. Il fatto di bloccarli alla Sdas eviterà che vadano ad ingombrare i tavoli dei pubblici ministeri e dei loro ausiliari, garantendo loro più tempo per la trattazione degli affari di maggior peso ed importanza. La selezione allo Sdas per bloccarli anziché mandarli al giudice intasando i calendari delle udienze fino alla saturazione, dovrebbe inoltre impedire che il destino dei fascicoli sia casuale: per esempio che si fissi l’udienza per una banale contravvenzione lasciando fuori un omicidio colposo, una truffa grave o qualche reato ambientale.
La carenza di mezzi determina oggi «l’assoluta casualità nei tempi di concreto esercizio dell’azione penale», spiega il procuratore Pignatone, che s’è richiamato a un provvedimento adottato a Torino nel 2007 ispirato a un «oculato, efficace e realistico esercizio dell’azione penale», avallato dal Csm. Per il capo dei pm romani «l’assenza di un meccanismo regolatore che prenda in considerazione l’effettivo grado di disvalore sociale dei fatti oggetto di procedimento produce effetti non voluti e inaccettabili». Dunque l’introduzione del numero chiuso - fermo restando che le indagini vengono completate in tutti i casi, «anche per valutare eventuali ragioni di urgenza al di là del titolo di reato» - non è una rinuncia ai compiti istituzionali della sua Procura, bensì« un tentativo di mitigare gli effetti patologici provocati dalle condizioni di lavoro, in modo da governare razionalmente la massa enorme degli affari che dobbiamo trattare con le scarse risorse disponibili. Tenendo fermo il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale cerchiamo di razionalizzarne i tempi di esercizio, attraverso scelte chiare e rispondenti ai limiti oggettivi fissati dal tribunale». 




7 marzo 2014 


http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/14_marzo_07/processi-numero-chiuso-roma-non-piu-12-mila-casi-all-anno-c8973ebe-a5c7-11e3-b663-a48870b52ff3.shtml#

giovedì 27 febbraio 2014

GIUDICE DI PACE ARRESTATI A ROMA

26 DICEMBRE 2013 - 16:07

Giudici di pace arrestati a Roma - La punta di un iceberg che gonfia i costi Rc auto e toglie multe

Uno dei soliti scandaletti? Può darsi che sia solo questo l'arresto di due giudici di pace che a Roma vendevano sentenze a chiunque gliele pagasse (compresi tassisti abusivi e guidatori che volevano farsi togliere la sospensione della patente). Ma io ricordo di aver passato i giorni del famigerato G8 di Genova del 2001 in giro per l'Italia a raccogliere casi di sentenze a dir poco magnanime e fantasiose, tanto che ne trassi un corposo articolo su "Quattroruote". L'anno dopo la Polizia stradale organizzò un "convegno chiarificatore" con la categoria e successivamente fece arrivare al Csm varie segnalazioni su giudici di pace dal comportamento discutibile, anche se poi ufficialmente non se ne seppe più nulla.

Non basta: c'è pure il filone della Rc auto. Nei convegni che ho moderato di recente ho sentito moltiplicarsi le consuete denunce su giudici di pace che la mattina scrivono sentenze in una città a favore di avvocati con cui il pomeriggio si ritrovano a parti invertite in un'altra città. Di qui molti incidenti che si chiudono con risarcimenti spropositati o con la ragione riconosciuta anche al guidatore che ha torto.
Non sarebbe ora di prendere qualche iniziativa sistematica, invece di affidarsi alle sole indagini su casi isolati? In fondo, molto del pacchetto Rc auto contenuto nel Dl Destinazione Italia è basato sulla lotta alle frodi o comunque ai risarcimenti spropositati o ingiustificati. Non poche pratiche passano dalle aule di giustizia: gli incidenti stradali sono la prima fonte di contenzioso civile, in Italia. Fare riforme senza intervenire sui giudici non sembra una buona idea.



GIUDICE DI PACE LICENZIATO A CAUSA DELLE SUE SENTENZE CONFUSE

Si è tolto la vita sparandosi con la pistola acquistata il giorno prima in armeria
Come ultimo atto ha inviato una e-mail ai magistrati che l'avevano rimosso

Torino, suicida in ufficio giudice di pace
Il Csm l'aveva licenziato: "Sentenze confuse"


Il corpo del giudice viene portato via dall'ufficio

TORINO - Prima ha spedito una e-mail ai magistrati che lo avevano rimosso dall'incarico di giudice di pace per criticare la loro decisione. Poi si è tolto la vita sparandosi un colpo di pistola alla tempia destra, nell'ufficio in cui aveva lavorato per quattro anni. L'ultimo giorno di vita di Francesco Sibilla, 57 anni, si è consumato così stamane, nella bassa palazzina che a Torino ospita una sede distaccata del Palazzo di Giustizia.

A sconvolgere il giudice era stata la decisione, di cui era venuto a conoscenza giovedì, in cui il Csm l'aveva licenziato dopo un parere negativo del Consiglio giudiziario del Piemonte. Un componente del "parlamento" locale delle toghe aveva esaminato, a campione, le motivazioni dei suoi provvedimenti, stendendo una relazione votata all'unanimità. Secondo il consiglio giudiziario i provvedimenti del giudice presentavano "gravi lacune", spesso erano redatti "in modo molto confuso, con affastellamento e ripetizione di argomenti". Una mortificazione professionale che Sibilla non ha saputo sopportare.


Alcune sentenze firmate da Sibilla avevano destato clamore, ma anche disapprovazione; e le critiche lo intristivano. Nel 2005, in controtendenza rispetto ai colleghi, annullò l'espulsione di un clandestino romeno perchè era già certo che nel 2007 la Romania sarebbe entrata nella Ue. Oppure si attirava gli strali delle amministrazioni comunali perchè cancellava a ripetizione le multe con gli autovelox che riteneva non tarati a sufficienza.

E' entrato in ufficio stamane, come al solito, il giudice Sibilla. "Mi ha salutato solo con un buongiorno", dice un'impiegata che lo ha incrociato all'ingresso. "Mi è parso strano, perchè di solito, lui così garbato, scambiava sempre qualche parola". Nessuno, nella palazzina quasi deserta, ha sentito lo sparo. A trovare il corpo, verso le otto, è stato un collega. Sul tavolo c'erano tre fogli stampati da un computer, tutti uguali: chiedevano di avvertire la moglie. 


"Si sentiva abbandonato", dicono gli amici. "Non sopportava che i colleghi magistrati, dopo aver servito per anni la giustizia, gli avessero voltato le spalle". A Taranto aveva già ricoperto l'incarico di giudice di pace; era a conoscenza del fatto che sul suo operato vi fossero delle riserve e ne aveva anche parlato con i vertici dell'ufficio, ma con i familiari, pur avendo detto di essere "amareggiato", Sibilla non aveva mai lasciato trasparire le sue intenzioni. La moglie, Maria Lucia, si è allarmata solo questa mattina, quando, prima di essere messa al corrente dell'accaduto, ha notato in casa lo scontrino di un'armeria: suo marito, il giorno prima, aveva comperato una pistola.

La signora Maria Lucia e il figlio, che ha 24 anni e studia medicina a Pisa, hanno chiesto ad un avvocato assistenza legale. "A me - spiega il penalista - i provvedimenti del giudice Sibilla che ho avuto modo di esaminare, non sembravano abnormi o scritti tanto male. Io e i miei colleghi, spesso, nei nostri ricorsi citavamo quella sentenza, divenuta famosa, con cui nel 2005 aveva annullato l'espulsione del romeno. Peraltro non era l'unico giudice italiano ad aver deciso in quel modo". Le forze dell'ordine hanno fatto mettere sotto sequestro, come atto indispensabile per compiere gli accertamenti, il computer e i supporti informatici del giudice, e anche le lettere indirizzate ai familiari.

(10 febbraio 2007)

sabato 22 febbraio 2014

BOLLO AUTO NON PAGATO: “DOPO 3 ANNI È PRESCRITTO

6/01/2014 - BOLLO AUTO NON PAGATO: “DOPO 3 ANNI È PRESCRITTO, MA REGIONE CI PROVA
Avvertimento Di Un Lettore. Ha “dimenticato” di pagare il bollo auto per tre anni di fila: il 2008, il 2009 e il 2010. La Regione Molise però ha inviato gli accertamenti di mancato pagamento con i quali si chiede il recupero delle somme dopo lo scadere dei tre anni che per legge sono il tetto massimo entro cui rimediare.

Un’avventura burocratica, quella capitata a un lettore, che diventa una sorta di “avvertimento” per tutti i cittadini morosi che però entro il terzo anno successivo a quello in cui l’imposta si sarebbe dovuta pagare non hanno ricevuto nulla. «A me sono arrivati due accertamenti – racconta Marco - con i quali mi viene richiesto il recupero di quanto avrei dovuto pagare negli anni 2008-2009-2010, chiaramente maggiorati delle sanzioni, interessi e spese. Ma riguardando le leggi, nello specifico l’art. 3 del D.L. 2/1986 convertito poi in legge n.80/1986, vedo che il termine massimo entro il quale il diritto di riscossione delle somme dovute cade in prescrizione è fissato entro il terzo anno successivo a quello in cui l’imposta sarebbe dovuta essere pagata». Facendo due conti, per esempio, per il 2010 la prescrizione dell’accertamento scade il 31 dicembre. Tuttavia la Regione ha inviato gli avvisi oltre il limite. «Ho constatato che le raccomandate sono state prese in carico dall’ufficio postale rispettivamente il 7 e il 15 gennaio 2014, andando così fuori dei tempi massimi».

Se i cittadini non sono informati adeguatamente sui tempi di prescrizione, tirano fuori soldi «non più dovuti. E vista la grave crisi in atto, non è affatto corretto che le pubbliche amministrazioni cerchino di recuperare le somme, giocando sulla scarsa informazione che purtroppo c’è in giro».